Storia dell'Aquila

L'Aquila: Museo San Giuliano

La città dell'Aquila, a 721 metri sul livello del mare, (il più elevato capoluogo di regione, dopo Potenza), sorge sul declivio dì un colle, presso la valle dell'Aterno, in mezzo ad una corona pittoresca di montagne. Fu anticamente uno dei tanti castelli d'Abruzzo, costruito negli ultimi anni dell'Impero Romano, mentre tramontava la gloria delle famose città di Amiterno, Forcona, Aveia, Foruli e Peltuino. Le sue origini gloriose sono ricordate nel libro delle Storie Fiorentine anche da Machiavelli. La città lanciava ardita al cielo le prime torri e i primi campanili verso il 1254, nel luogo detto Accula e Acquillo, rivoli d'acqua, donde sarebbe derivato poi, il nome di Aquila.

Lo storico Grillo ed altri scrittori fanno derivare il nome della città, che sarebbe divenuta regina dei castelli sparsi sull'altipiano, dall'Aquila, regina degli uccelli. Mentre continuavano le lotte fra imperatori e papi, i vassalli di Amiterno e Forcona stabilirono di raggiungere una certa indipendenza con la costruzione della città soggetta solo al re. I baroni feudatari sventarono il disegno protetti da Federico II e massacrarono i congiurati gettandone i cadaveri nelle pubbliche strade. I vassalli esasperati dalle varie e sventurate congiure nelle catacombe di Bazzane e S. Vittorino, dopo essersi armati, fecero scempio dei tiranni, mandarono dei messaggeri al Papa Innocenze IV perché ottenessero dall'Imperatore Corrado IV, figlio e successore di Federico II il permesso di edificare la città. Nel 1259, Manfredi, succeduto a Corrado, istigato dai baroni scampati all'eccidio e adirato perché gli aquilani parteggiavano per Clemente IV la fece saccheggiare ed incendiare dai suoi baroni. Caduta la dinastia sveva dopo la battaglia di Benevento, gli aquilani che favorivano Carlo I D'Angiò inviarono Nicolo Sinizzo per ottenere la riedificazione della città che venne inziata il 1 aprile 1266.

Da ogni parte le famiglie si trasferirono dentro le mura della nuova città e s'interessarono per lo sviluppo delle industrie, per la costruzione di Templi e palazzi. Animatore di ogni iniziativa fu Nicolò Dell'Isola che, nato ad Isola del Gran Sasso, in provincia di Teramo, si era trasferito all'Aquila dal 1271 al 1294. La città vasta e popolata divenne sempre più fiorente e per avere una idea approssimativa del suo sviluppo veramente prodigioso basta ricordare la solenne incoronazione di Papa Celestino V, al secolo Pietro d'Isernia, avvenuta nella suburbana Basilica di S. Maria di Collemaggio il 27 luglio (o il 29 agosto) 1294. Accompagnato da una folla immensa, l'umile eremita venne a cavallo ad un asinello insieme con Carlo D'Angiò e con il di lui figlio Carlo Martello, re d'Ungheria. Sembra che in tale occasione si riversassero nella città circa 200 mila forestieri. Sorsero e si svilupparono le industrie dello zafferano, della 'concia delle pelli, della seta, dei merletti e, sopratutto, dell'arte della lana, per gli estesi pascoli. L'Aquila divenne così il mercato naturale della regione intera raggiungendo una popolazione di 60.000 abitanti.

Le lotte intestine fra i vari castelli ne misero in pericolo più di una volta la grandezza e la potenza; nota quella tra le due famiglie Pretatti e Camponeschi ambedue oriunde da S. Vittorino. Con il nome di Pretatti è ancora indicata una via nei pressi di S. Pietro Coppito, e con quello di Camponeschi la strada che costeggia il loro palazzo, attuale collegio dei PP. Gesuiti. Alle rovine causate da queste lotte fratricide si aggiunsero le calamità del terremoto del 1315, le cui scosse sismiche tennero in agitazione la popolazione per oltre un mese, causando gravissimi danni alla città, che era ancora allo stato embrionale, e di quello del 1349, che causò la morte di circa 800 persone, oltre al crollo di case, edifìci pubblici e delle mura cittadine in vari settori urbani. Maggiori danni provocarono la carestia e la peste del 1348, esaurientemente descritta dal Boccaccio nel suo Decamerone, e del 1363, che completarono il quadro desolante della situazione. Ammirevole fu l'operato dei cittadini che, pur trovandosi coinvolti in queste calamità, ultimarono le mura urbane, lunghe sei chilometri, iniziate nel 1276, con sessanta torri e dodici porte, alcune delle quali sopravvivono ancora alla furia devastatrice del tempo.

Nel 1308 si costruì, per opera dell'architetto Fra Giovanni, dell'Ordine Francescano, l'acquedotto che dalla montagna di S. Giuliano portò l'acqua nell'interno delle mura. Esso ancor oggi fornisce di acqua gran parte dell'abitato aquilano insieme all'acquedotto di Chiarine. Tancredi da Pentina diede mano alla meravigliosa fontana delle 99 cam'elle (1276), la più bella e grande d'Italia in quel tempo e tuttora testimone delle civiche bellezze artistiche. Il Comune ebbe anche la Torre civica con una campana di ventiduemila libbre che suonava novantanove tocchi per chiamare a raccolta non meno di ventimila armati, pronti a difendere ad ogni costo la libertà e la indipendenza del popolo. Verso l'anno 1276 si ebbe anche la divisione della città in quattro quartieri: S. Giorgio (oggi S. Giusta), verde; S. Maria Paganica, azzurro; S. Pietro di Coppito, bianco; S. Giovanni da Lucoli (oggi S. Marciano), rosso. Verso la metà del 300, istigata dal re d'Ungheria, là città si ribellò alla regina Giovanna I ; assediata dal Duca di Durazzo, fu liberata in seguito dagli ungheresi.

Memorabile è l'assedio sostenuto contro Braccio da Montone che, fallita la promessa del dominio dell'Aquila fatta dalla regina Giovanna II, voleva con la forza il riconoscimento deilo sua signoria da parte degli abitanti. Questi, pero, animati da!la parola e dall'esempio del loro concittadino Antonuccio Camponeschi, resistettero strenuamente, lottando anche contro la fame e i rigori de' gelido inverno. Infine gli assediati, con l'aiuto della regina e del Papa, massero un colpo mortale al prode guerriero che, ferito e fatto prigioniero, esalò l'ultimo respiro pochi giorni dopo. Aquila risorse e prosperò nonostante si dolorose vicende ed ebbe nel 400 (secolo della rinascenza), la sua età aurea per le lettere, le arti, le industrie e il commercio, specie della lana, ponendosi in rapporto osmotico con ricche città d'Italia quali Venezia, Firenze, Milano, Siena e con nazioni europee come la Francia, l'Olanda e la Germania.

Essa era in quel tempo, dopo Napoli, la più importante città del Regno; eveva avuto il privilegio della zecca e nel 1458 ottenne l'Università unita ad una certa indipendenza amministrativa. La prima tipografìa vi fu aperta da Adamo di Erotwil, discepolo di Gutemberg, che nel 1482 vi stampò le « Vite parallele » di Plutarco, « la cronaca di Isidoro Minore », e le opere di Fra lacopo da Bagno. Nel 1493 si stamparono in foglio le favole di Esopo e, forse, la grammatica di Elio Donato. In questo periodo svolsero la loro potente opera religiosa e civile i santi Francescani, gloriosi continuatori di una tradizione cristiana che agli albori del Medioevo aveva offerto il sacrifìcio delia Vergine Giusta e dei martiri amitermini : S. Giovanni da Capestrano, S. Bernardino da Siena (che all'Aquila, in una povera cella di convento, terminò il suo viaggio terreno) e S. Giacomo della Marca che nel 1466 fondò il benefico Monte di Pietà per sollevare il popolo dalla terribile carestia del 1565.

In seguito, col trascorrere degii anni, le lotte con Rieti e le discordie interne fra le famiglie Pretatti e Camponeschi ne determinarono la decadenza. Si aggiunsero le pestilenze, il decadere delle industrie e il dispotico governo degli spagnoli che spensero ogni spirito di iniziativa, punendo il popolo ribellatesi ai soprusi dei governatori. Il violento terremoto del 1703 distrusse buona parte della città, falciando oltre seimila vittime! Tuttavia anche dopo così gravi avversità, l'Aquila riprese serenamente il cammino interrotto. I Francesi tentarono nel 1799 di piegare la tenace resistenza degli arditi e tenaci aquilani che in seguito presero parte ai moti insurrezionali e nel 1860 si unirono al Regno d'Italia.

Autore: Andrea Pilotti