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Notaresco
L’abbazia di San Clemente al Vomano
di Alessandra Angelucci
Voluta dalla Principessa Ermengarda nei pressi di Guardia Vomano in una posizione paesaggistica notevolmente suggestiva, segnata nel tempo da diversi restauri, maestosa e solenne, ricordo indelebile della spiritualità benedettina, sorge il tesoro più affascinante di Notaresco di forte attrattiva spirituale e impreziosita dai numerosi affreschi di indubbio valore storico artistico.
Le origini esatte del monumento, adagiato tra il verde dei vigneti e dei campi, si perdono nel tempo, vista l’assenza, tra le fonti, di un documento che attesti l’anno esatto della sua fondazione. In base all’ipotesi più accreditata dagli storici, l’abbazia venne costruita nella seconda metà del IX secolo d.C., probabilmente tra l’871 e l’890, grazie alla devozione e alla volontà della principessa Ermengarda. Così attesta il Chronicon Casauriense: “ Ecclesia S. Clementis in Gomano, quam piissima mater Ludovici Imperatoris Irmingarda fecit et donavit…”.
E’ dunque Ermengarda, figlia dell’imperatore Ludovico II e regina di Provenza, a volere all’epoca la costruzione della chiesa e, insieme ad essa, di un monastero benedettino, quasi “appoggio” del più famoso S.Clemente a Casauria. Infatti, è di indubbia interpretazione il “donavit” del cronista con cui si vuole attestare che il cenobio del Vomano fu, sin dall’inizio, una tra le tante dipendenze di Casauria nella provincia aprutina.
E’ intorno al 1100, invece, che i monaci si dedicarono alla ristrutturazione dell’edificio, come attesta l’iscrizione presente a sinistra del portale. Importante è anche il nome della terra su cui essa sorge: Guardia Vomano (frazione di Notaresco) che custodisce nel toponimo la certa dominazione longobarda che la zona subì dopo la conquista dei romani, mentre fu la diffusione del monachesimo benedettino e la regola dell’ora et labora ad influenzare quanti parteciparono all’edificazione del complesso e quanti, tra fedeli cristiani e monaci, riconobbero in San Clemente un’oasi di pace e di preghiera. Per tutta l’età moderna, però, costituì una realtà a sé come abbazia e come diocesi, realtà che cessò di esistere solo con la bolla pontificia del 27 giugno del 1818, con cui si affermò definitivamente la sua annessione alla diocesi di Teramo.
Volendo osservare con attenzione la struttura, i materiali di recupero utilizzati in più punti evidenziano i molteplici restauri che essa ha subito nel corso degli anni, a partire dalla seconda metà del secolo XIX, quando le condizioni dell’edificio apparivano fatiscenti e in avanzato degrado. Basti pensare che nel 1890 essa si presentava agli occhi dei fedeli priva persino del portone d’ingresso, esponendo a grandi rischi di usura il preziosissimo ciborio e gli affreschi adagiati alle pareti. Grazie anche all’interessamento del senatore Giovanni Gentile tutti i lavori di restauro necessari a donare un volto nuovo al complesso furono compiuti i primi d’agosto del 1926. Furono spese sessantunomila lire, ma rimanevano ancora da realizzare la ripulitura, la tinteggiatura e la verniciatura.
Così nel tempo e con una certa regolarità si procedette all’esecuzione dei lavori: nel 1937, nel 1963 fino ad arrivare ai più recenti restauri del 1970-1971 che mirarono ad eliminare le alterazioni degli interventi più antichi. Oggi, dunque, grazie ai molteplici lavori della Soprintendenza, il monumento di San Clemente al Vomano manifesta tutto il suo splendore, mostrando agli occhi dei visitatori un impianto decisamente romanico. Alzando lo sguardo, la torre campanaria realizzata a vela, secondo le tipiche stilistiche benedettine, riconduce il turista a quel tempo lontano del Medioevo, quando la vita era scandita solo dal tempo della “fatica”e della preghiera e dal suono della campana. I fianchi della struttura risultano stilisticamente identici, ma è sul lato ovest, incastonata nella muratura, che fa capolino una formella scolpita con motivo a bassorilievo, risalente probabilmente a periodi antecedenti al momento romanico.
Abbandonando la visione esterna e avanzando nella navata centrale, colpisce la ben nota lapide proveniente dalla Chiesa di San Martino in Castelbasso, usata attorno agli ultimi anni del XVI secolo come sigillo della cripta. Gioiello architettonico e scultoreo è invece il ciborio, punto focale dell’intero complesso, risalente secondo la critica più recente al 1140-1150, mentre l’iscrizione che sormonta la doppia arcata della facciata anteriore indica chiaramente i nomi di coloro che lo scolpirono: “PLURIBVS EXPERTVS FVT IC CVM PATRE ROBERTV (…) ROGERIO DVRAS REDDENTES ARTE FIGVRAS”. L’antico e solenne ciborio, dunque, fu realizzato da Roberto, coadiuvato dal padre Ruggero, probabilmente ultimi rappresentanti di quella scuola scultorea abruzzese che si differenziò per la ricca fantasia creativa.
Evidenti, infatti, nei decori e negli ornamenti, sono gli influssi islamici che conferiscono all’opera armonia e rara eleganza. Gli accurati trafori, le particolari decorazioni e le fantastiche figure zoomorfe ed antropomorfe lo rendono unico tra i cibori d’Abruzzo, mentre una copertura armoniosa protegge l’altare sottostante, caratterizzato da elementi orientaleggianti e dalla figura del Divino Agnello.
Impreziosiscono le pareti della chiesa affreschi notevoli, appartenenti ad autori diversi, dando chiara testimonianza del degrado in cui ha versato l’ex abbazia benedettina nei secoli precedenti. Secondo lo studioso Ferdinando Bologna pregevoli sono le pitture attribuibili a Gentile della Rocca, già autore dell’importante tela di S.Maria ad Cryptas di Fossa(AQ) datata 1283, che in S.Clemente realizzò, nella seconda metà del XIII secolo, gli affreschi raffiguranti la Madonna regina col bambino e, nell’edicola quattrocentesca, una figura incerta nella definizione iconografica. La sontuosa statua lignea di San Clemente, infine, completa quest’area di indubbio valore storico-artistico.
Questa guida su Alba Adriatica è gentilmente concessa da Tesori d'Abruzzo, rivista trimestrale dedicata all'Abruzzo. |
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