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Sant’Egidio alla Vibrata
Brividi nella citta' morta
di Simone Gambacorta
Una stemmata porta rinascimentale, la chiesa, i ruderi del palazzo baronale ed edifici una volta sontuosi riconquistati da rovi ed alberi selvatici. Borgo di origini longobarde e sino all’Ottocento centro opulento e vivace, oggi Faraone Vecchia, come una nobile decaduta, è una scenografica città morta immersa nel silenzio.
Poco oltre il centro cittadino di Sant’Egidio, quasi a lato della strada che conduce a Villa Lempa, e come posto sotto l’occhio benedicente di Monte Santo, riposa l’affascinante Faraone Vecchia, uno dei più antichi insediamenti dell’epoca longobarda.
Il borgo fu abbandonato a causa delle gravi lesioni lasciate dall’ultimo terremoto: dichiarato inabitabile, da allora è disabitato. L’essere preda della fantasia della vegetazione, del capriccio delle intemperie e dell’usura del tempo fanno di Faraone Vecchia un luogo di sospensione, una teoria di architetture mutile e interrotte eppure capaci di struggenti seduzioni: il silenzio, la cornice del tutto naturale, la solenne austerità della Porta di accesso al borgo – sulla quale un concio di pietra reca la data del 1467, da accordare alla struttura muraria – inducono il visitatore che si trovi a percorrerne le vie a lasciarsi ammaliare da rovine ancor oggi cariche di storia e memoria.
Questo incasellato rivela scorci e contorni cangianti, che col trascolorare della luce danno vita a una sorta di enorme bassorilievo, ove a scorrere è però il fruscio di un’identità culturale, di uno spiritus loci meritorio di cura e studio: e a corroborare quest’urgenza soccorre il rilievo che in questa zona sono stati rinvenuti reperti e necropoli che riferiscono di una presenza dell’uomo risalente alla preistoria. Il paese era noto ai romani grazie ai decoratori abili nella lavorazione della purpura.
Questa guida su Sant’Egidio alla Vibrata è gentilmente concessa da Tesori d'Abruzzo, rivista trimestrale dedicata all'Abruzzo. |
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