Storia di Teramo

Pinacoteca di Teramo

Teramo è situata sull'altopiano che separa le confluenti acque del Tordino e del Vezzola, in mezzo ad un magnifico scenario di monti che degradano in amene colline verso il mare Adriatico. Non lungi si adagia maestosamente il Gran Sasso d'Italia a similitudine di un Titano addormentato. Sorge in posizione elevata a 265 metri. La vita storica di Teramo e dell'Abruzzo teramano - diviso anticamente negli Agri Atriano e Palmense verso il mare, Vestine e Pretuziano verso i monti - muove da tempi anteriori a Roma. Hatria e Palma, Pinnae ed Interamnia n'erano le capitali e formavano tante repubbliche con governo proprio.

I Fenici, i Siculi, i Liburni, ed i Galli successivamente ne furono gli abitatori. Fu appunto nell'aggregazione di qualcuno di questi popoli che Teramo patì la prima distruzione, come ne da indizi certi il suo sottosuolo. Posta sopra un altopiano, la colonia fenicia, che per prima abitò Teramo, diede alla città il nome di Pretut (luogo rilevato). I Romani nel V. secolo della loro repubblica, conosciuta Pretut, dalla posizione di questa tra due numi, il Vezzola (l'antica Albula) ed il Tordino (Batinus) la dissero Interamnia Praetuttianorum. Da Interamnia poi fu facile la correzione del nome mm quello che la città porta oggi.

Teramo fino ai primi anni dell'Impero si governò - come è stato detto - a repubblica indipendente. Roma stessa la lasciò per qualche tempo libera con leijigi e governo propri e col diritto del conciliabulum, e la ebbe alleata nella guerra contro Annibale. Nella gola del Salinello, la tradizione addita ancora la «Maceria della Morte», ove la gioventù teramana, risalendo per la Metella, combattè strenuamente contro i Cartaginesi. Per queste benemerenze, acquistatesi in guerra, contro i nemici comuni, Interamnia si ebbe da Roma un eccezionale trattamento. Cosa molto rara, a detta del Mommsen, fu ad un tempo, municipio e colonia. Ascritta ad una delle tribù più antiche, alla Velina, l'Imperatore Augusto la comprese nella Regione Picena.

Nell'epoca imperiale sotto Augusto (da una epigrafe risulta che vi era in Teramo un tabularius Augusti, ossia un soprintendente al patrimonio privato dell'Imperatore) e quindi sotto Adriano, oriundo della vicina Atri, raggiunse il massimo splendore, ed ebb templi, circo e teatro. Seguendo poi le sorti dell'Impero Romano durante le invasioni barbariche, fu distrutta dai Goti e Visigoti che fossero, intorno al 410. Tornò a vivere col nome di Aprutium dal VI al XII secolo, e poi di Teramum dalla metà del secolo XII ai giorni nostri, a capo della contea facente parte del Ducato di Spoleto sotto la Signoria dei Longobardi.

Assediata intorno al 1155 dai Normanni del ribelle conte di Loretello fu saccheggiata ed arsa dopo accanita resistenza. Rasa completamente al suolo, Teramo risorse dalle rovine per opera del Vescovo Guidone, sotto il Regno di Guglielmo 1°, e divenne feudo vescovile. (E' questa la ragione per cui il Vescovo della Diocesi Aprutina ha tuttora il titolo di Principe di Teramo, ed era questa la ragione per cui, fino a qualche secolo fa, i presuli aprutini si valevano ancora del raro privilegio di dire messa armati, tenendo cioè, sotto i paramenti, l'armatura). I cittadini della riedificata città - che fu ampliata verso i monti e ricostruita, da quella che è oggi Piazza Caduti della Libertà a San Giorgio, su area in parte differente dall'antica - ottennero molte franchigie dai re di Napoli per intercessione dei vari vescovi.

Notevole specialmente fu il privilegio di scegliersi il Podestà, datele nel 1207 dal proprio Vescovo Sasso. Da questo momento la città cominciò a costituire una università demaniale ed a governarsi coi proprii statuti, svincolandosi quasi del tutto dalla podestà civile e baronale del Vescovo. Dopo la morte di Federico 11°, la città subì altre devastazioni tra cui quella degli ascolani, istigati dal Cardinale Capocci, legato di Papa Innocenze IV nella guerra contro Manfredi. Assorbita nelle nuove e vaste circoscrizioni del Giustizierato d'Abruzzo nel sec. XIII, Teramo ebbe in quest'epoca il più splendido periodo della sua storia, attestato anche oggi dai maggiori monumenti del Medioevo esistenti: il portale del Duomo, il campanile fino ai merli grandi, i portici del palazzo vescovile, le chiese di S. Domenico e S. Francesco (oggi S. Antonio).

A questo periodo, seguì, quello più lungo di sventure dovute alla ribellione di Berardo da Teramo, alle scorrerie di Fra Mortale di Provenza, del Conte Lando, e di Annichino di Mongardo, alle guerre contro i Camplesi per il possesso della montagna di Battaglia, al terremoto del 1384. A queste calamità, come se non bastassero, si vennero ad aggiungere le lotte fra le frazioni che dilaniarono Teramo per secoli, e che erano sorte per l'inimicizia e la sete di dominio delle potenti famiglie dei Melatini e dei Di Valle, i cui partigiani furono chiamati rispettivamente, verso il 1430, Spennati e Mazzaclocchi. Mentre i baroni parteggiavano chi per il Durazzo e chi per Luigi D'Angiò, nel 1390 Teramo andò in signoria ad Antonio Acquaviva che, condotto da Enrico di Melatino mise a morte Antonello Di Valle. Ad Antonio, nel '95, successe il figlio Andrea Matteo, che per oltraggio d'onore, fu ucciso dallo stesso Enrico nel 1407.

Cosi finì la prima signoria degli Acquaviva in Teramo. Dal 1421 al 1424 tenne il dominio della città il famoso condottiero Braccio da Montone. A costui seguì Giosia d'Acquaviva nominato dalla Regina Giovanna di Napoli Governatore, che fu signore di Teramo dal 1424 al 1462, anno della sua morte in Celiino, con la sua interruzione del dominio tenutovi dall'altro capitano di ventura Francesco Sforza, dal 1438 al 1443. In seguito Teramo potette godere, fino al 1770, d'una larga libertà comunale, ma dovette lottare più volte per la sua indipendenza, specialmente contro i conti d'Acqua viva. Cessati i torbidi del Regno, ne seguì le sorti fino al 1860.

Ma le discordie interne, mai completamente cessate, il banditismo (nel seicento più di un patrizio si gettò alla campagna per capitanarvi «compagnie» di briganti), le carestie, le pestilenze e dopo la venuta dei Francesi, il brigantaggio politico rinnovatesi poi nel 1860, fecero della città di Teramo un Teatro di sanguinose vicende. Di tale miseria la liberò alla fine l'unità d'Italia con cui contribuirono, dal 1799, i suoi figli migliori/facendo di Teramo e della sua Provincia il nido della Carboneria, la roccaforte del patriottismo abruzzese.