Tortoreto

Sapore di mare, profumo d'antico

A Tortoreto il sapore del mare si sposa con il profumo d’antico dell’abitato posto sulla collina, che custodisce interessanti testimonianze artistiche. Un amalgama che rende l’elegante località una meta irrinunciabile.

Tortoreto, adagiata in riva all’Adriatico, ha qualcosa di aristocratico che la contraddistingue. Lo annuncia l’eleganza delicata della Sirenetta bronzea, fusa nel 1982 su bozzetto dell’artista Gabriella Martini, che dalla sua fontana anticipa il tracciato armonicamente sinuoso del lungomare, vero paradiso per pedoni e ciclisti tra palme, tappeti verdeggianti di erba curatissima ed oleandri. O ammicca dalle architetture d’autore delle residenze signorili che alcuni importanti esponenti dell’alta borghesia e della grande proprietà terriera decisero di costruire, circa un secolo fa, lungo lo splendido litorale tortoretano, allora come oggi assai ambito per le vacanze estive.

Come Giulio Paris, la cui piccola ma suggestiva villa Vittoria, del 1927, venne progettata da uno tra i più noti esponenti del modernismo italiano, l’abruzzese-lombardo Silvio Gambini, fondendo con sicure risultanze spunti déco e reminiscenze orientali, indiane o mesopotamiche. Ma anche i Cerulli, che impreziosirono la loro villa con maioliche della celebre scuola d’arte di Castelli. Tortoreto la vacanziera, con le spiagge attrezzate ed ampie, dove il mare è una carezzevole poesia liquida che avvince e conquista. Ne fu innamorato anche il celebre ingegner Flaviano Moscarini, vicedirettore di “Quattroruote”, direttore di “Auto italiana” e artefice dell’ISAM, il centro sperimentale di studi, ricerche e collaudi nel settore motoristico.

Il quale, pur di origini marchigiane, considerava tuttavia questo il suo paese, che dal 1973 accoglie nel locale cimitero le sue spoglie. Ma quello di Tortoreto è anche un mare che racconta di barche e di uomini, di speranze e di fatiche legate alla tradizionale attività peschereccia. Una civiltà che i soci di un’attiva associazione locale chiamata “Colligere” non hanno voluto disperdere, raccogliendo diligentemente memorie, immagini ed oggetti, dal 1988 esposti in un piccolo quanto grazioso Museo della cultura marinara. Il museo, ubicato su via Nazionale nord 1 (tel. 0861 – 789180 oppure 775110), oltre a disporre di una biblioteca specializzata, di immagini fotografiche e di una piccola ma interessante collezione di conchiglie, espone vari attrezzi legati alla pesca tradizionale locale: dalle tipiche “nasse”, cioè le reti a forma di gabbia per catturare le seppie, ai capi di abbigliamento in uso tra i “lupi di mare”.

In mostra persino due imbarcazioni localmente assai diffuse, rispettivamente la “lampara” e la “lancetta”. La prima, così chiamata per le grosse lampade di cui era munita, veniva utilizzata nella pesca notturna del pesce azzurro, mentre la seconda, di dimensioni più ridotte e a vela, costituiva la classica imbarcazione dei pescatori. Dalle atmosfere salse del mare al seducente profumo d’antico di Tortoreto Alto il passo è breve.

In una manciata di chilometri si sale ai panoramicissimi 227 metri sul livello del mare del capoluogo di comune tramite una strada serpeggiante tra colli disseminati di “Muracche”, nome col quale localmente si indicano i frammenti affioranti di antiche murature riconducibili alla diffusa presenza nel territorio di grandiose ville rustiche romane e di un abitato, forse Palma Picena. Numerosi sono anche i siti di interesse paletnologico individuati dall’Ottocento ad oggi, tra i quali la collina della Fortellezza, già avamposto militare, che troneggia sull’ultimo tratto di strada prima di accedere al paese.

Qui esisteva un villaggio del neolitico antico, estesosi a più riprese nell’età del Bronzo e nell’età del Ferro ma scomparso alla fine del VI secolo a.C. Risale invece al 943, benché si affermi che l’abitato sorse all’indomani delle lotte tra Bizantini e Longobardi, uno dei primi atti nei quali si menziona Tortoreto, il cui nome deriva dal latino turtur, tortora, ad indicare la predilezione riservata al luogo dal simpatico pennuto. Una prima curiosità è data dal fatto che il nucleo antico dell’abitato era originariamente diviso nei quartieri di Terravecchia e Terranova, posti su due cocuzzoli ed entrambi, almeno dal XIV secolo, difesi da solide mura. Il collegamento tra i due quartieri era assicurato da un ponte levatoio posto sopra un valloncello, oggi individuabile nel passaggio voltato sotto la Torre dell’Orologio, struttura che rievoca tre distinte epoche.

La base in pietre e mattoni è infatti la più antica; poi c’è la parte centrale, di età medioevale, nella quale si notano ancora le fessure per i tiranti del ponte levatoio, ed infine la parte alta, costruita nel 1881. Entro la cinta muraria, quella ancora visibile lungo la circonvallazione esterna che vollero i feudatari Acquaviva nel XV secolo, il tessuto edilizio è prevalentemente ottocentesco e moderno ma non mancano tracce cinquecentesche o seicentesche ravvisabili nei pianterreni di alcuni edifici, mentre del ‘700 è l’ingresso monumentale della casa di una delle famiglie più cospicue di Tortoreto, quella dei De Fabritiis, della quale fu un autorevole rappresentante il musicista Nicola (1886-1960), apprezzato autore di opere e di brani sinfonici, da camera, lirici e folkloristici. L’edificio, dal 1979 sede del Comune, nel 1940 fu addirittura utilizzato come campo di concentramento per internati ebrei.

Questa guida su Tortoreto è gentilmente concessa da Tesori d'Abruzzo, rivista trimestrale dedicata all'Abruzzo.